Scialpinismo in Antartide: un sogno ad occhi aperti

Ma dove siamo finiti? In quale sogno ad occhi aperti? La quinta puntata di Manuel Lugli direttamente dall’Antartide dove, insieme ad un piccolo gruppo di alpinisti, sta esplorando alcune delle montagne più belle della penisola Antartica.

Oggi ci siamo mossi per cambiare ancoraggio e portarci verso Brabant Island, dove ci aspetta la nostra prossima salita, la più impegnativa probabilmente di tutto il viaggio: il Mt. Parry, 2520 metri sul livello del mare. Che è poi il livello da dove si parte con gli sci per tutte le salite. Saranno tre giorni di cammino nell’interno dell’isola, quattro se il vento sarà particolarmente forte, per circa 50 km di percorrenza totale.

Avremo tutto l’equipaggiamento sulle nostre pulke e passeremo un paio di notti in tenda. Sarà la nostra avventura nell’avventura. Certo niente di estremo, non una grande traversata, ma l’ambiente è severo, il tempo può essere imprevedibile, le distanze sono comunque di tutto rispetto e se hai anche solo un minimo problema, non puoi chiamare alcun soccorso alpino, o meglio, antartico: te la devi cavare con i tuoi mezzi.

Il che è un bene perché ti mette davanti a dubbi e magari a qualche inquietudine, ma ti fa tenere alta l’attenzione. La preparazione del cibo, del materiale, delle pulke: tutto viene fatto con particolare cura e considerando un margine di errore o imprevisto. Se i giorni previsti sono tre, il cibo deve essere per quattro, oltre a qualche scorta leggera iper-nutriente. GPS carico e pile di ricambio: qui il whiteout quando arriva è totale e su un plateau glaciale lungo 30 chilometri e largo 20 perdersi non così’ improbabile. Purtroppo mappe digitali serie non ne abbiamo trovate, ma la rotta e i waypoint si possono tracciare, quindi un ritorno è sempre possibile. Partenza prevista per il 16 gennaio: il 15 pare esserci vento forte e non consigliabile tirare pulke su un ghiacciaio con vento contrario.

Per rimanere ”caldi” stamattina abbiamo fatto una breve gita di 650 metri, il Mount Banck, bella montagna piuttosto crepacciata poco lontana dal nostro ancoraggio in una cala dell’incantevole Paradise Harbour. Fa ancora un certo effetto, nonostante siamo alla nostra nona gita, partire scarponi ai piedi e calarsi in un gommone per approdare su qualche roccia nevosa sulla quale montare le pelli, legarsi e salire. È, come dire, spaesante. Anche se, come spesso avviene – questa mattina inclusa – bastano due foche stese al pallido sole che ti guardano mentre sistemi gli sci, per ricordarci dove siamo e di quale privilegio stiamo godendo. Ormai io e Matteo non ci diciamo neanche più nulla: basta uno sguardo per chiederci: ma dove siamo finiti? In quale sogno ad occhi aperti?

Perché di questo si tratta, di un sogno ormai realizzato, più che concreto, ma che non smette di avere quella dimensione onirica che solo questi spazi glaciali immensi – così come i grandi deserti aridi – riescono a dare.

diManuel Lugli

Aggiornamento della spedizione live:public.wicis.com

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